“Quello che non è mai stato raccontato: la mia verità sull’inchiesta di Fanpage”

Mi chiamo Fabrizio Ghedin, e per anni ho svolto il mio lavoro nel campo della comunicazione con serietà e responsabilità. Per un periodo ho collaborato con la società S.E.S.A. di Este, occupandomi di relazioni esterne e campagne di sensibilizzazione ambientale. Nel 2019, sono finito al centro di un’inchiesta giornalistica condotta da Fanpage che ha avuto conseguenze molto pesanti sulla mia vita personale e professionale.

Quell’inchiesta ha suggerito — senza mai dichiararlo apertamente — che io avessi tentato di “comprare” il silenzio dei giornalisti con un’offerta economica. Una narrazione insinuata più che dimostrata, ma che è bastata a infangare il mio nome. La verità, però, è molto diversa.

Nel corso di quei mesi, avevo effettivamente proposto a diverse testate (tra cui Fanpage) di partecipare a una campagna di informazione e sensibilizzazione sulla raccolta differenziata, prevista nei territori da cui provenivano i rifiuti gestiti da S.E.S.A. Era un’iniziativa reale, documentata, prevista da ARPAV, l’ente di controllo ambientale del Veneto. Il budget era destinato a più soggetti e comprendeva proposte a Fanpage, come ad altri media. Nessuno scambio, nessun “patto”, nessuna richiesta di silenzio.

Nel montaggio del video pubblicato da Fanpage, però, questa realtà è stata tagliata e ridotta, fino a suggerire un'altra storia. Il contesto, le premesse, la distribuzione del budget, le richieste di progetto, tutto scomparso. È rimasta solo una frase decontestualizzata, capace di insinuare il sospetto.

Ma se davvero ci fosse stato un reato — come è stato fatto intendere — perché nessuna procura ha mai aperto un’indagine? Perché nessuna forza dell’ordine mi ha mai nemmeno convocato? Il girato integrale di quegli incontri, chiesto da me e anche dall’Ordine dei Giornalisti, non è mai stato consegnato. In un primo momento ci fu detto che lo avrebbero fornito, poi che era andato perso.

Ecco cosa mi ha ferito di più: non solo la distorsione della realtà, ma l’impossibilità di dimostrare pubblicamente che ciò che avevo detto e fatto non era affatto ciò che è stato fatto apparire.

Per anni ho taciuto, cercando di andare avanti. Ma ora sento il bisogno di raccontare la mia versione dei fatti. Non per riabilitare un’immagine, ma per ristabilire un principio: la verità è più complessa dei titoli e dei montaggi.

Non racconto tutto questo solo per me.
Racconto questa vicenda anche per sollevare un dubbio, un pensiero più grande: che tipo di giornalismo stiamo accettando, oggi, come normale?

Un giornalismo che registra di nascosto, taglia fuori il contesto, ignora le risposte, e poi “perde” le prove integrali?

Un giornalismo che si affida più al montaggio video che alla verifica dei fatti?

No. Questo non è giornalismo. È storytelling manipolativo travestito da inchiesta.

E chi ci finisce in mezzo, spesso, non ha voce per difendersi.
Questo sito serve anche a questo: ridare voce a chi l’ha persa sotto il rumore dei click.

Verità su Fanpage

In questa pagina raccolgo due aspetti fondamentali che il servizio di Fanpage.it ha omesso o presentato in modo distorto:
1) ciò che non è stato mostrato al pubblico
2) una risposta punto per punto alle accuse che mi sono state rivolte.

Il mio intento è semplice: raccontare i fatti nella loro interezza, con parole chiare e documenti verificabili.


2. Cosa non è stato mostrato

Le registrazioni sono parziali e non raccontano tutto

Le riprese mostrate nel servizio sono frammentarie e selettive. La conversazione completa, durata molto più a lungo di quanto visibile nel video, non è mai stata resa pubblica, né è stata messa a disposizione del mio avvocato o del Consiglio di Disciplina dell’Ordine dei Giornalisti, nonostante una formale richiesta.

Molti passaggi fondamentali — come la spiegazione delle finalità della campagna di sensibilizzazione, il contesto in cui nascono le proposte, e le precisazioni fatte da me rispetto a come avrebbero dovuto essere valutati i progetti — sono stati omessi, alterando il senso complessivo del dialogo.

La proposta pubblicitaria era lecita e documentabile

La cosiddetta “offerta” di 300.000 euro non era una mazzetta, né un’offerta sottobanco. Si trattava di un budget triennale ipotetico (100.000 euro all’anno) previsto per una campagna di sensibilizzazione ambientale che SESA stava già pianificando da mesi, su richiesta dell’ARPAV. Fanpage era una delle tante testate contattate, e la valutazione dei progetti sarebbe avvenuta secondo criteri oggettivi.

Nessuna indagine giudiziaria è mai stata aperta

Nonostante l’eco mediatica, nessuna autorità giudiziaria ha mai aperto un’indagine su questa vicenda . Non sono mai stato indagato, né convocato da un magistrato. È un fatto che pesa. Se davvero ci fosse stato un reato, lo avrebbe stabilito la magistratura, non una testata giornalistica con una narrazione a effetto.


3. Difesa punto per punto delle principali accuse

Accusa 1: Avrei offerto 300.000 euro per bloccare l’inchiesta

La verità: La cifra citata era riferita a un budget triennale per una campagna ambientale, mai legata alla richiesta di “non pubblicare” nulla. Non era un'offerta esclusiva a Fanpage. La campagna era già pianificata, e a tutte le testate coinvolte venne chiesto un progetto da sottoporre a valutazione.

Accusa 2: Avrei avuto un conflitto d’interessi tra SESA e il Ministero dell’Ambiente

La verità: Il mio incarico al Ministero era regolare, dichiarato, autorizzato e slegato da SESA. Mi sono dimesso spontaneamente per responsabilità istituzionale, senza che alcuna autorità mi abbia mai contestato nulla.

Accusa 3: Avrei cercato di “comprare” il silenzio dei giornalisti

La verità: Non ho mai avanzato richieste indebite. La conversazione con Fanpage riguardava una collaborazione commerciale lecita. È stato il giornalista Scura a introdurre per primo il tema dei 100.000 euro per una sit-com, e io stesso ho detto che quella cifra era fuori scala per il nostro budget.

Inoltre, i miei timori sull’approssimazione dell’inchiesta si sono rivelati fondati , come ha ammesso lo stesso autore del servizio, Sacha Biazzo, durante la sua audizione all’Ordine dei Giornalisti:

“È un’analisi che veniva richiesta dai cittadini e noi, sostanzialmente, accompagniamo questo percorso raccogliendo del compost che era stato versato sui campi [...] sicuramente non è un tipo di lavoro che è scientificamente inattaccabile e non viene presentato in questo modo.”
“Analisi che poi loro forniranno e sono in linea con i risultati che escono fuori dal nostro laboratorio.”

Queste affermazioni confermano che le mie preoccupazioni erano legittime , e che l’inchiesta, nella sua forma finale, ha enfatizzato elementi marginali, ignorando altri ben più significativi.